Mercoledì 6 luglio 2016, al palazzo Torriani di Confindustria Udine si è tenuto un incontro sull’industria 4.0 e sulla quarta rivoluzione industriale. Questi due temi nel prossimo futuro diventeranno gli argomenti principali dell’economia internazionale e la manifattura italiana deve per forza cominciare ad interpretarli come fondamentali per il suo sviluppo.

Secondo uno dei protagonisti dell’incontro, Andrea Bairati, direttore dell’Area Innovazione e Education di Confindustria, «le imprese industriali vedranno aumentare la propria competitività ed efficienza grazie alla sempre più diffusa e accresciuta capacità di interconnettere, scambiare dati e far cooperare le proprie risorse (macchinari, persone, informazioni) interne alla fabbrica oppure distribuite lungo la catena del valore».

Ciò deriva in particolar modo dalla trasformazione digitale della nostra società, che inevitabilmente va a toccare anche i processi produttivi. Ad esempio, se nel 2015 c’erano 3,47 dispositivi connessi per persona, nel 2020 si prevede ce ne saranno addirittura 6,58. Quasi il doppio.

Questo sviluppo è però solo una piccola parte di un cambiamento globale dai mille volti. C’è l’Internet of things, cioè quell’insieme di oggetti fisici connessi tra loro che si scambiano dati a vicenda e con la quale gli stessi operatori possono interagire. C’è la robotica, un settore in grande via di sviluppo. C’è la comunicazione digitale, rappresentata dall’utilizzo di uno smartphone e dai social network. Infine c’è la condivisione di contenuti tramite cloud, che presuppone la possibilità di archiviare e ottenere dati in qualsiasi momento.

Ecco che per competere in questo nuovo scenario un’azienda, specialmente una Piccola Media Impresa, ha bisogno di una base su cui partire. Ne avevamo già parlato citando il giornalista Luca De Biase, il quale sostiene che bisogna sviluppare la formazione, la connettività a banda ultra larga, la cultura tecnica delle aziende per far emergere nuove professionalità, ma allo stesso tempo rigenerare la cultura umanistica, interpretando nel modo migliore il nuovo paradigma.

L’Italia è molto al di sotto della media europea per quanto riguarda la Nda Connection nelle famiglie (44% contro il 75% Ue). Inoltre il 28% degli italiani non si è mai connesso a internet, contro il 16% della media dell’Unione Europea. Infine, i laureati in Stem, (Science, Technology and Mathematics) sono 14 su 1000, contro i 18 europei.

Secondo uno studio del World Economic Forum (WEF), se la rivoluzione di Internet era agli albori negli anni ’90, quella dell’Internet of Things lo è in questo momento. C’è quindi ancora tempo per riposizionarsi sul mercato, ma il rischio di non interpretare questo cambiamento e di rimanere al palo è molto elevato.

Ci sono chiaramente sia costi sia benefici. Secondo il WEF aumenterà l’efficienza operativa, emergerà un’economia basata sui risultati che i servizi offriranno al cliente, si costituiranno degli ecosistemi connessi tra loro, che oltrepasseranno i confini tradizionali industriali. Infine, uomini e macchine collaboreranno tra loro e si creeranno nuovi lavori, come il “medical robot designer”.

I rischi più grossi si riferiscono invece alla sicurezza. Con uno scambio sempre crescente di dati, la cybersecurity diverrà sempre più importante e sarà proprio la politica a doversi attivare in questo senso.

Una Pmi però come deve comportarsi in questo nuovo scenario? La risposta non è semplice, ma può svilupparsi tenendo conto di alcuni importanti fattori. Come dice De Biase

Gli americani la vedono dal punto di vista del capitale finanziario. I tedeschi la vedono prevalentemente dal punto di vista delle loro grandi organizzazioni produttive. Gli italiani devono trovare la loro chiave per interpretarla.

Uno dei modi di interpretazione viene espresso da Franco Campagna nell’ultimo numero di Realtà Industriale e probabilmente è questo il segreto per poter competere nell’industria 4.0. Scrive Campagna:

Il modello italico (…) deve puntare sulla customizzazione. I prodotti intelligenti interconnessi faranno crescere enormemente le opportunità di differenziazione dei prodotti, togliendo centralità al prezzo come fattore concorrenziale. Puntiamo sul valore aggiunto del design, sul marchio made in Italy che è il simbolo della qualità da sfruttare in tutti i comparti a partire dalla meccanica; competiamo sull’intelligenza: vince chi mette nel processo produttivo l’intelligenza.

Tuttavia, affinché avvenga una tale trasformazione, si deve creare attorno alle imprese un ecosistema in grado di educare, offrire ottime connessioni aperte a tutti, sviluppare la cultura tecnica delle aziende per far emergere nuove professionalità, e rigenerare la cultura umanistica. Ce la faremo?