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Category Archives: Industria

Spazio Economia, la nostra nuova avventura radiofonica

La bellezza della radio è di poter arrivare intimamente e privatamente all’ascoltatore

Spazio Economia è la nuova rubrica settimanale di Radio Spazio 103 ideata e condotta da Marino Firmani. Analizziamo gli scenari delle attività produttive del FVG attraverso una lettura della storia, domande sul presente e una visione del futuro, utilizzando uno strumento come la radio che permette di arrivare intimamente e privatamente all’ascoltatore.  Lo facciamo in diretta ogni mercoledì alle 11 dagli studi di Udine di Radio Spazio 103 con ospiti, protagonisti dell’economia regionale, orientati e impegnati su orizzonti internazionali.

Il tema delle prime due puntate è stato quello di analizzare il Design Made in Italy, con le esperienze di industriali che hanno fatto conoscere il Friuli Venezia Giulia a livello internazionale.

La trasmissione va anche in diretta streaming sulla pagina Facebook di Radio Spazio 103.

roberto snaidero a Spazio Economia, la trasmissione di Marino Firmani su Radio Spazio 103

L’esordio in radio con Roberto Snaidero

L’esordio in Radio, avvenuto il 21 ottobre 2020, non poteva essere se non con Roberto Snaidero, amico ma soprattutto esempio per la mia crescita professionale. Ha guidato le aziende di famiglia assumendo incarichi da Amministratore Delegato e di Direzione Amministrativa per la Snaidero R Spa, Membro del Consiglio Direttivo in Confindustria Nazionale, e poi le prestigiose Presidenze del Salone del Mobile, di Federarredo Nazionale, del Catas. Roberto Snaidero è l’uomo delle relazioni internazionali; da molti ritenuto uno dei protagonisti di primo piano nello sviluppo delle relazioni economiche dell’Italia nel mondo, in particolare con Russia e Cina. Nel 2006 fonda, insieme con i figli Francesco, Riccardo e Lorenzo, la BALAB S.r.l. una società che opera nel campo degli investimenti finanziari, grazie alla quale acquisisce tre nuove aziende la Bauxt di Latisana operante nel settore delle porte blindate, e la Volpi Tecno Energia di Muggia azienda che produce generatori marini e la Smania di Venezia che produce arredi luxury per la casa.

Con il suo prezioso intervento ci ha dimostrato come il Design italiano sia un tesoro per il nostro Paese. Vale un terzo del valore globale; il design nel mondo vale 100 miliardi di fatturato e circa 32 miliardi sono made in Italy.

Riconosce la grande qualità delle scuole italiane di Design e vede un futuro ancora importante per i creativi italiani. Evidenzia come le tendenze del design si orientino nuovamente verso il materico, facendo emergere la materia naturale e uscendo da forme minimaliste che avevano quasi banalizzato lo spirito creativo. Riconosce il limite delle dimensioni aziendali delle imprese italiane, che impedisce una maggiore direzione verso un controllo della distribuzione nel settore dell’arredamento. Crede nel futuro e auspica in un maggiore coinvolgimento dei giovani in nuove iniziative imprenditoriali. Ancora una volta diventa un esempio, perché è stato capace di trasferire ai suoi figli il valore d’impresa , il coraggio, la cultura del rischio e soprattutto la cultura del merito.

Il podcast della puntata completa è disponibile qui.

potocco e le figlie protagoniste del secondo episodio di Spazio economia a radio spazio 103 con Marino Firmani

La seconda puntata con la famiglia Potocco

Il 28 ottobre 2020 abbiamo avuto il piacere di ospitare Antonino Potocco insieme alle figlie Alice e Marianna Potocco che rappresentano la quinta generazione della famiglia. Testimoni di una storia imprenditoriale di successo che ha attraversato tutto il ‘900 italiano e che continua a registrare sviluppo e crescita in doppia cifra nel settore dell’arredo e del design dimostrandosi una eccellenza del Made in Italy. Creatività italiana, tradizione artigianale e vocazione internazionale, ma anche bellezza nelle relazioni interne ed esterne, e passaggio generazionale sono i tratti distintivi di Potocco, azienda a conduzione familiare.

Alice e Marianna Potocco sono certe che il design sia ancora italiano pur riconoscendo una contaminazione globale che coinvolge anche creativi di altre nazioni che hanno studiato nel nostro Paese. Alice e Marianna ci hanno parlato, poi del progetto Industry 4.0, una “supply chain” generata da una filiera verticalizzata nei processi, nella ricerca e nella tecnologia.

Entrando nel merito del passaggio generazionale Tonino Potocco ci ha confidato che il suo timbro rispetto al padre è stato quello di voler “vendere il prodotto”, “non di farselo acquistare dal cliente”. Un pensiero certo che ha trasformato l’azienda facendola diventare protagonista del suo mercato.

Le figlie invece accompagneranno i cambiamenti, facendo attenzione ai grandi acceleratori del sistema manifatturiero riferiti all’automazione, al Big Data, alla Connettività, all’Energia Verde, al Commercio Digitale e all’Intelligenza Artificiale.

E’ stato un dialogo interessante perché ha fatto emergere due generazioni che si rispettano e che guardano al futuro passando attraverso i processi della conoscenza e dell’innovazione.

Avendo conosciuto personalmente il padre di Tonino, il sig. Valerio e il fratello Enzo, mi sono permesso di chiudere interpretando il pensiero orgoglioso da parte di chi guarda Tonino da lassù, facendogli i miei più sentiti complimenti per avere saputo guidare l’azienda nel migliore dei modi.

Il podcast della puntata completa la potete scaricare qui.

Il punto con l’Assessore Maurizio Franz

Un dialogo molto interessante è stato quello con l’Assessore alle Attività Produttive del Comune di Udine Maurizio Franz, dottore commercialista, Professore di Economia Aziendale già Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. Il 4 novembre 2020 abbiamo parlato di temi legati alla modernizzazione delle Città, alla riqualificazione del Centro Storico di Udine, della situazione attuale del Commercio e del Turismo a Udine.

Franz ha evidenziato l’accelerazione della Amministrazione Comunale sulla pedonalizzazione di Via Mercatovecchio, e ci ha anticipato alcuni grandi progetti che passano attraverso la riqualificazione della Caserma Osoppo Experimental City e una modernizzazione logistica del Castello di Udine per renderlo più fruibile, maggiori piste ciclabili su tutta l’area urbana e poi una riqualificazione con orizzonti più lunghi, dell’area della stazione con l’inclusione della zona Safau.

Nella seconda parte ci siamo confrontati sulla situazione corrente e Franz ha fatto emergere l’importanza di coinvolgere i giovani nelle scelte strategiche con un futuro che non può prescindere dal tema ambientale sia a livello locale sia a livello internazionale. Nella sintesi conclusiva ha evidenziato 5 parole per descrivere il futuro di Udine: elegante, vivace, verde, sicura, ordinata.

Il podcast è disponibile qui.

Fantoni, un’altra grande storia imprenditoriale

Una conversazione “alta” con il dr. Paolo Fantoni, nostro ospite a “Spazio Economia” l’11 novembre 2020.

Ci sono state raccontate le tappe più significative della splendida storia imprenditoriale della famiglia Fantoni, che ha sempre saputo anticipare i tempi del cambiamento, nei suoi 138 anni di storia, con scelte moderne e inclini allo sviluppo, garantendo benessere e occupazione al nostro territorio.

La conversazione ha fatto emergere gli elementi distintivi di un’attività costantemente alimentata e sostenuta da una solida identità aziendale, riconoscibile nelle seguenti parole chiave: Architettura, Innovazione e Ingegneria (cultura del progetto e del processo industriale), Green economy (natura, ambiente e sviluppo sostenibile) e Famiglia.

Il dialogo poi ci ha portato ad analizzare l’epoca inaspettata che stiamo vivendo, confrontandoci sulla Pandemia,  come figlia di una globalizzazione fragile, che voleva abbreviare le distanze e che si trova oggi ad allargarle; Info-demia, ossia le contraddizioni nell’informazione che rendono difficile ogni orientamento;  Econo-demia, con quali anticorpi l’economia deve sopravvivere alla pandemia.

La rubrica “Pick & Roll” chiude la piacevole conversazione con l’auspicio che il futuro si costruisca su nuove infrastrutture (investimenti), formazione di qualità e maggiore attenzione alla natività.

Se avete piacere di ascoltare la trasmissione, questo è il link al podcast.

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Dal forum Ambrosetti 8 proposte per rilanciare l’Italia

Il forum The European House Ambrosetti, giunto alla 46ª edizione ed andato in scena a Cernobbio dal 4 al 6 settembre, ha messo sul tavolo otto proposte per rilanciare l’Italia dopo la crisi della Covid-19.

Al forum hanno partecipato relatori, manager, politici ed economisti provenienti da tutto il mondo. Tra i più rilevanti evidenziamo il messaggio di Papa Francesco, l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quello del presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, Enrico Letta, Corrado Passera, Carlo Cottarelli, Josep Borrell, Hillary Clinton, Nouriel Roubini, Mauro Ferrari e Ban Ki Moon.

Fin dal discorso di apertura della rassegna, pronunciato dall’Amministratore delegato Valerio De Molli, il fine settimana di Ambrosetti si è focalizzato su come utilizzare questa età di incertezza e cambiamento quale opportunità per costruire un futuro migliore.

È nelle difficoltà più estreme che un imprenditore deve reagire e rispondere. Impegniamoci perché questa crisi non venga ricordata come la fine di un’epoca di sviluppo, globalizzazione e dinamismo, ma come l’inizio di una stagione di riforme che rappresenti un futuro basato su una crescita inclusiva e sostenibile”.

Valerio De Molli

Le proposte del club Ambrosetti seguono una direzione precisa, dinamica ed europea. Partono dal miglioramento dell’educazione all’industria, e passano per il digitale, la sostenibilità e la semplificazione, il tutto accompagnato da una necessaria capacità di resilienza a livello politico, economico e sociale.

Le proposte

Il primo di questi passaggi è la lotta all’analfabetismo funzionale. L’Italia è quart’ultima tra i paesi OCSE la cui popolazione adulta non è in grado di comprendere le informazioni che le vengono date. In questo senso, la prima riforma del team Ambrosetti comprende la ristrutturazione del sistema educativo a tutti i livelli: revisione del sistema scolastico e del sistema universitario, educazione continuativa degli adulti e preparazione di una nuova classe dirigente.

Dal secondo passaggio si sviluppano tutte le successive proposte: “Definire una visione strategica inclusiva che possa fertilizzare la stragrande maggioranza dei settori italiani“. Per Ambrosetti, l’Italia deve ambire a “Essere il Paese di riferimento nello sviluppo delle eccellenze per far vivere meglio il mondo”.

Come poterlo fare? Applicando una visione a 360°. L’Italia deve tornare ad essere protagonista e quindi propositiva in Europa (è la terza proposta). Nel frattempo, al suo interno deve riprogettare la Pubblica Amministrazione, per avvicinarla alle necessità di cittadini e imprese (quarta proposta). L’Italia è infatti l’ultimo paese in Europa per soddisfazione delle imprese per l’interazione con la P.A.

La quinta proposta è lo sviluppo di una visione strategica industriale che sappia adattarsi al contesto attuale e che sappia individuare quali sono i settori che possono incanalare una ripresa nazionale.

La sesta proposta prevede un rafforzamento del tessuto industriale del Paese. Ciò lo si può fare facilitando processi di fusione, accelerando la digitalizzazione, rafforzando investimenti sulla sostenibilità e sull’economia circolare, e sostenendo le aziende strategiche del Made in Italy nei grandi programmi tecnologici europei.

Infine, ma non meno importante, le ultime due proposte di Ambrosetti vertono sulla ricerca scientifica, da potenziare e digitalizzare, e sulla garanzia di esecuzione operativa di qualità ai progetti strategici che verranno lanciati.

Queste otto proposte, secondo il team Ambrosetti, hanno l’obiettivo di creare una nuova Italia, più competitiva a livello internazionale, più equa e orientata a uno sviluppo sostenibile a lungo termine.

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Arte e bellezza: valori primari per fare impresa

Dedicato a Dario Ciamarra, imprenditore di successo che ha sempre generato bellezza nelle sue attività

Foto di copertina parte del progetto artistico “Dreamers“, di Alfonso Firmani

“Se un’azienda cura il bello dentro di sé e attorno a sé, è molto probabile che sia un’azienda responsabile, un’azienda in equilibrio con il mondo e le comunità e non alla ricerca solamente del proprio vantaggio” Giuseppe Morici.

Fino a qualche anno fa, l’aspetto più importante per un’impresa era il profitto. Difficile badare ad altro. Secondo le massime teorie economiche neo-liberiste, su tutte quelle di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, un’azienda doveva concentrarsi prima di tutto sui propri azionisti. Ora però, le cose cominciano a cambiare.

Nel mondo imprenditoriale si parla sempre di più di Responsabilità sociale d’impresa. Si tratta di un nuovo modo di concepire l’economia, nel quale un’azienda, per continuare a crescere e a rinnovarsi, deve pensare innanzitutto al suo intorno, creando un ambiente sano e stimolante non solo per i propri clienti e azionisti, ma pure per i propri dipendenti e le comunità sociali ad essa vicine. Pensare al bello, appunto.

I cosiddetti stakeholders, portatori di interesse, hanno ora un ruolo fondamentale per la vita di un’impresa. Se quest’ultima è in grado di mantenerli attorno a sé, rispettandoli e ascoltando le loro esigenze, continuerà la propria attività; se così non fosse, sarà abbandonata a se stessa.

Esistono diverse teorie sull’argomento. Innanzitutto, quella più generale del padre fondatore della Responsabilità Sociale d’Impresa, il professore e filosofo statunitense Robert Edward Freeman.

E poi, tra le altre, quelle condivise da una delle piattaforme più aggiornate su innovazione sociale, politica ed economia, il Ted Talk, dedicata alle relazioni personali all’interno di un’azienda. Tali relazioni, affinché un’impresa abbia successo, si basano su:

  1. Fiducia e rispetto
  2. Equità
  3. Ascolto
  4. Apertura al cambiamento

In entrambi i casi si evidenzia l’importanza di saper dare valore alle persone e all’ambiente che circondano l’azienda e i suoi dirigenti.

Confucio diceva: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita“. Se esteso alla relazione tra manager e dipendenti, questo concetto chiarisce quanto fondamentale sia dare fiducia, rispettare e ascoltare i propri lavoratori. Quando ciò avviene, il dipendente sarà soddisfatto del proprio posto di lavoro e non solo non vorrà cambiarlo, ma lavorerà anche in maniera più efficiente, perché non gli peserà farlo.

Ecco perché essere imprenditore significa far trasparire alcuni valori fondamentali che devono partire dalla cultura della bellezza (nel prodotto – nella comunicazione – nelle relazioni con i clienti – con le risorse umane – con i fornitori) come soggetto all’interno del quale si coltiva la cultura del merito, del rischio, del coraggio e dell’intraprendenza.

Un esempio in tal senso è Brunello Cucinelli, stilista e imprenditore italiano, esempio di come l’arte e la bellezza possano elevare a un valore più alto l’idea di business. Nel suo intervento alla FED, Forum dell’Economia Digitale, Cucinelli pronunciò queste parole:

“Abbiamo provato a governare l’umanità questo trentennio solo con la scienza. Non è possibile. Ci vuole la mente di Voltaire e l’anima di Rousseau, ci vuole la mente di Apollo e l’anima di Dioniso, altrimenti l’umanità non si governa. Ogni bella idea che parte dalla mente e passa per l’anima sarà una bella idea. (…) È chiaro, in qualsiasi impresa dobbiamo avere il prodotto moderno, innovativo, geniale, comunicato in una certa maniera, ma abbiamo bisogno che i luoghi di lavoro siano luoghi speciali perché noi siamo in difficoltà con l’essere umano. Dobbiamo tornare a credere nell’armonia e nel vivere in armonia col Creato. Dobbiamo far sì che le persone che lavorano con noi lo facciano in luoghi migliori perché ognuno di noi al mattino va a lavoro con quel male dell’anima che ci accompagna. Siamo stati educati a non alzare gli occhi al sole mentre lavoriamo per non essere distratti, ma Jean Jacque Rousseau dice che tu sei creativo quando tutto intorno a te è in pace con il Creato”.

Non è un caso che l’omonima azienda Cucinelli sia una delle prime in Italia sul mercato. Stimolare l’economia della bellezza, dell’arte e delle relazioni umane e ambientali permette di creare quel valore aggiunto in grado di coinvolgere tutti gli attori vicini all’azienda, aumentandone il prestigio e la solidità.

Su questa tendenza hanno cominciato a muoversi anche le multinazionali americane, spesso criticate per le precarie condizioni dei propri lavoratori. Attraverso la piattaforma Business Roundtable, lo scorso agosto è stato pubblicato un documento condiviso tra le duecento aziende americane più importanti, nel quale si sostiene che “Per creare valore bisogna guardare anche all’impatto ecologico, al rispetto dei clienti e alle condizioni dignitose offerte ai dipendenti“.

Alfonso Firmani, autore del progetto artistico “Dreamers“, approfondisce il concetto di arte all’interno di un’impresa, ricordandone il suo valore nel corso della storia:

Una impresa che accoglie l’arte dà segnali di sensibilità, cultura e intelligenza che certamente la posizionano su un livello d’immagine e culturale di alto livello. Anche questo fatto ha precedenti nella storia di primissimo piano, basti pensare al mecenatismo e a quello che ha saputo produrre.”

Quando interveniamo in azienda, noi di Fi.Mar. cerchiamo di applicare questi esempi per la perfetta riuscita del compito a noi affidato.

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Il segreto di un’azienda per competere nell’industria 4.0

Mercoledì 6 luglio 2016, al palazzo Torriani di Confindustria Udine si è tenuto un incontro sull’industria 4.0 e sulla quarta rivoluzione industriale. Questi due temi nel prossimo futuro diventeranno gli argomenti principali dell’economia internazionale e la manifattura italiana deve per forza cominciare ad interpretarli come fondamentali per il suo sviluppo.

Secondo uno dei protagonisti dell’incontro, Andrea Bairati, direttore dell’Area Innovazione e Education di Confindustria, «le imprese industriali vedranno aumentare la propria competitività ed efficienza grazie alla sempre più diffusa e accresciuta capacità di interconnettere, scambiare dati e far cooperare le proprie risorse (macchinari, persone, informazioni) interne alla fabbrica oppure distribuite lungo la catena del valore».

Ciò deriva in particolar modo dalla trasformazione digitale della nostra società, che inevitabilmente va a toccare anche i processi produttivi. Ad esempio, se nel 2015 c’erano 3,47 dispositivi connessi per persona, nel 2020 si prevede ce ne saranno addirittura 6,58. Quasi il doppio.

Questo sviluppo è però solo una piccola parte di un cambiamento globale dai mille volti. C’è l’Internet of things, cioè quell’insieme di oggetti fisici connessi tra loro che si scambiano dati a vicenda e con la quale gli stessi operatori possono interagire. C’è la robotica, un settore in grande via di sviluppo. C’è la comunicazione digitale, rappresentata dall’utilizzo di uno smartphone e dai social network. Infine c’è la condivisione di contenuti tramite cloud, che presuppone la possibilità di archiviare e ottenere dati in qualsiasi momento.

Ecco che per competere in questo nuovo scenario un’azienda, specialmente una Piccola Media Impresa, ha bisogno di una base su cui partire. Ne avevamo già parlato citando il giornalista Luca De Biase, il quale sostiene che bisogna sviluppare la formazione, la connettività a banda ultra larga, la cultura tecnica delle aziende per far emergere nuove professionalità, ma allo stesso tempo rigenerare la cultura umanistica, interpretando nel modo migliore il nuovo paradigma.

L’Italia è molto al di sotto della media europea per quanto riguarda la Nda Connection nelle famiglie (44% contro il 75% Ue). Inoltre il 28% degli italiani non si è mai connesso a internet, contro il 16% della media dell’Unione Europea. Infine, i laureati in Stem, (Science, Technology and Mathematics) sono 14 su 1000, contro i 18 europei.

Secondo uno studio del World Economic Forum (WEF), se la rivoluzione di Internet era agli albori negli anni ’90, quella dell’Internet of Things lo è in questo momento. C’è quindi ancora tempo per riposizionarsi sul mercato, ma il rischio di non interpretare questo cambiamento e di rimanere al palo è molto elevato.

Ci sono chiaramente sia costi sia benefici. Secondo il WEF aumenterà l’efficienza operativa, emergerà un’economia basata sui risultati che i servizi offriranno al cliente, si costituiranno degli ecosistemi connessi tra loro, che oltrepasseranno i confini tradizionali industriali. Infine, uomini e macchine collaboreranno tra loro e si creeranno nuovi lavori, come il “medical robot designer”.

I rischi più grossi si riferiscono invece alla sicurezza. Con uno scambio sempre crescente di dati, la cybersecurity diverrà sempre più importante e sarà proprio la politica a doversi attivare in questo senso.

Una Pmi però come deve comportarsi in questo nuovo scenario? La risposta non è semplice, ma può svilupparsi tenendo conto di alcuni importanti fattori. Come dice De Biase

Gli americani la vedono dal punto di vista del capitale finanziario. I tedeschi la vedono prevalentemente dal punto di vista delle loro grandi organizzazioni produttive. Gli italiani devono trovare la loro chiave per interpretarla.

Uno dei modi di interpretazione viene espresso da Franco Campagna nell’ultimo numero di Realtà Industriale e probabilmente è questo il segreto per poter competere nell’industria 4.0. Scrive Campagna:

Il modello italico (…) deve puntare sulla customizzazione. I prodotti intelligenti interconnessi faranno crescere enormemente le opportunità di differenziazione dei prodotti, togliendo centralità al prezzo come fattore concorrenziale. Puntiamo sul valore aggiunto del design, sul marchio made in Italy che è il simbolo della qualità da sfruttare in tutti i comparti a partire dalla meccanica; competiamo sull’intelligenza: vince chi mette nel processo produttivo l’intelligenza.

Tuttavia, affinché avvenga una tale trasformazione, si deve creare attorno alle imprese un ecosistema in grado di educare, offrire ottime connessioni aperte a tutti, sviluppare la cultura tecnica delle aziende per far emergere nuove professionalità, e rigenerare la cultura umanistica. Ce la faremo?

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La comunicazione non basta. Serve attenzione verso il cliente

Al giorno d’oggi sembra che la capacità di saper comunicare il proprio prodotto sia il requisito principale del successo di un’azienda. Abbiamo più volte parlato dell’importanza di saper utilizzare i social network, le newsletter e la pubblicità online. Tuttavia, sapersi relazionare con il cliente e offrirgli la giusta attenzione è probabilmente l’aspetto più importante nell’attività di un’azienda, ma spesso viene sottovalutato.

La promozione di un prodotto sta facendo passi da gigante. Ci sono sempre più strumenti di comunicazione da poter utilizzare, un design ben curato e delle immagini emozionali fanno la differenza, ma questo soprattutto nel contesto della vendita. Tuttavia, se un’azienda vuole mantenere alta la sua reputazione sul mercato deve concentrarsi molto anche sul post-vendita, per fidelizzare il cliente e creare con lui un rapporto di fiducia.

Prendiamo il caso del turismo. In questo settore il mercato è totalmente cambiato. Nulla è più come prima. Il turista sceglie la soddisfazione delle motivazioni al viaggio, prima della destinazione. Cerca il prodotto turistico molto spesso esperenziale e poi la località.Ecco allora che se nel momento della vendita lo bisogna andare a cercare, utilizzando anche strumenti come i social network, nel post vendita il turista rimane comunque una fonte di ricchezza e generatore di un grande valore aggiunto.

In un precedente articolo abbiamo definito il turista come il primo innovatore, perché si informa più rapidamente, utilizza numerosi strumenti digitali, sa cosa vuole e come cercarlo e mette a confronto beni e servizi. Ma se le sue esigenze aumentano, devono aumentare anche le offerte dell’operatore turistico. Il turista, infatti, se fidelizzato, può parlare bene dell’azienda all’esterno, e quindi essere amplificatore della sua positività, ma lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di cliente. L’importante è che sia soddisfatto.

Su Centodieci si dice che nell’era della total review, non mantenere significa fallire. Ecco allora che se da una parte la promozione di un prodotto e della stessa azienda possono diffondere lontano il messaggio, incuriosire l’audience e portare a casa nuovi clienti, dall’altra è necessario garantire la professionalità promessa nel messaggio. Questo significa che qualora ne avesse bisogno, il cliente può trovare nell’azienda uno staff pronto a dargli una mano e a offrirgli un servizio il più efficace possibile.

Nel suo articolo, Stefano Gangli racconta di un esperimento. Incuriosito dalla pubblicità di tre aziende, ha deciso di acquistarne alcuni prodotti, per verificare la sincerità della loro promozione. Il procedimento d’acquisto è stato molto semplice e, a leggere Gangli, si intuisce che fosse una vera e propria esperienza emozionale, merito della comunicazione molto efficace. Tuttavia, in tutti i casi avrebbe dovuto aspettare alcune settimane per ricevere i propri prodotti e in due su tre è andato incontro a diversi imprevisti.

Nel primo, il prodotto sarebbe dovuto arrivare alla dodicesima settimana. Dopo la quindicesima, e una serie di telefonate di sollecito, gli è stato comunicato che sarebbe arrivato da lì a 4 settimane, con un 10% di sconto per il ritardo. Nel secondo, invece, oltre al ritardo Gangli ha trovato notevoli difficoltà nel comunicare con l’azienda stessa, la quale non rispondeva né al telefono né alle mail, dimostrando una situazione molto critica e ponendo un grosso dubbio sull’effettiva consegna dei prodotti già pagati.

Questi due esempi ci fanno quindi capire come sia importante mantenere una linea di coerenza tra la promozione e poi l’attività stessa. Altrimenti è come se una band realizzasse un disco meraviglioso, pieno di effetti e melodie incrociate, che poi però risulta impossibile da riprodurre in un concerto live, con la conseguente delusione dei fan accorsi all’evento.

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Dal Minimalismo al Materico, le nostre impressioni sul Salone 2016

Fi.Mar segue da sempre con attenzione il mondo del mobile e del design e, pertanto, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di visitare il Salone del Mobile 2016, alla Fiera Rho di Milano. Abbiamo già descritto le nostre due aziende preferite, protagoniste di una delle più importanti manifestazioni mondiali, per imprenditori e industrie, dove la creatività incontra il design più frizzante. Ora, dopo esserci immersi nella coinvolgente ed elegante atmosfera dell’evento, vi diamo le nostre impressioni.

Il rilancio

Innanzitutto, al Salone 2016 si respira aria di rilancio. Si è infatti esaurita l’epoca del design minimalista, che stava rischiando di giungere a una sorta di banalizzazione del prodotto. Ha quindi ripreso valore la materia del design italiano, in particolare il legno massello, verniciato con olii naturali e abbinato a una tecnologia avanzata. Quest’ultima, in particolare, dimostra di essere sempre più presente nell’offerta made in Italy.

Le tendenze del mercato

Al Salone sono stati evidenziati alcuni dati importanti sul mercato del mobile. Secondo le ultime analisi della Federlegno, c’è una timida ripresa del mercato nazionale, che dopo tanti anni di temperature scandinave rileva un +1% nelle vendite. L’export torna ai livelli pre-crisi, pur avendo sofferto un calo in Russia e un’impennata negli USA, grazie al dollaro più forte.

Federlegno, ad ogni modo, stima una crescita delle destinazioni internazionali, soprattutto in Cina, dove le prospettive economiche sono di una crescita del 40% nei prossimi anni. A dimostrarlo starebbero i numerosi cinesi presenti al Salone. Inoltre, il futuro potrebbe portare il made in Italy fino in Iran, dopo l’abolizione dell’embargo sul mercato iraniano, che ora sembra cercare proprio mobili prodotti in Italia.

Milano capitale del design

Possiamo trarre le nostre conclusioni sostenendo che anche quest’anno Milano ha dimostrato di essere la capitale del design, che si esprime al massimo valore all’interno del Salone con i suoi numerosi espositori e al fuori salone con altrettante manifestazioni serali. In fondo, come dicono gli organizzatori, «Tutto è design» e ogni cosa è curata nei minimi particolari.

 

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Salone del Mobile, le nostre aziende made in Italy preferite

Al Salone del Mobile 2016 che si terrà alla Fiera Rho di Milano dal 12 al 17 aprile, parteciperanno 2310 espositori provenienti da 160 paesi di tutto il mondo. Il 30% sarà straniero, il 70% sarà made in Italy. Tra queste, abbiamo deciso di selezionare le nostre due aziende preferite, poiché leader sul mercato internazionale ed esempio di longevità, di innovazione e design. Si tratta di Snaidero e di Potocco, entrambe friulane, entrambe con una lunga storia da raccontare.

SNAIDERO SPA

Snaidero è un’azienda di Majano (UD) che produce cucine innovative e su misura da 70 anni. Nata dalla passione e dall’intraprendenza visionaria dell’imprenditore Rino Snaidero nel 1946, l’azienda diventa protagonista nella produzione di mobili e già dagli anni ’60 si distingue per la scelta accurata dei dettagli. In quest’epoca Snaidero sperimenta le prime cucine ad incasso, arricchendole con materiali e colori selezionati.

Negli anni ’70 l’azienda intraprende la via innovativa del design a 360°, Snaidero diventa Cavaliere del Lavoro, e lo stabilimento di Majano viene ampliato. Con il passare degli anni, Snaidero diventa sempre più internazionale, si creano nuovi spazi adatti alle crescenti necessità del cliente, dalle severità minimaliste all’universal design, cioè la creazione di spazi accessibili a ogni tipologia di persone.

L’azienda, ora gestita dal figlio Edi, si distingue innanzitutto per la qualità dei materiali, selezionati con cura ed eco-sostenibili. L’utilizzo delle nuove tecnologie nella produzione degli ambienti interni e la collaborazione con esperti internazionali del design rendono il marchio Snaidero uno dei più innovativi del made in Italy. Questi i nomi dei designer: Gae Aulenti, Virgilio Forcassin e Angelo Mangiarotti, Michele Sbrogiò, Paolo Pininfarina, Massimo Iosa Ghini, Lucci e Orlandini, Giovanni Offredi, Pietro Arosio, Monica Armani e Michele Marcon.

SNAIDERO AL SALONE

Snaidero sarà presente al Salone con una propria esposizione al padiglione 11, stand B25-C24, presso la sezione Eurocucina 2016. L’esposizione sarà composta da sei progetti, cioè sei modi di intendere lo spazio domestico, divisi in tre categorie. La prima è “Icona”, basato sulla prevalenza del design e si compone di tre progetti di Massimo Iosa Ghini e uno di Paolo Pininfarina. La seconda è “Sistema”, e si concentra su cucine personalizzate e funzionali. L’ultima si chiama “Everyone” ed è dedicata ai più giovani, con forti libertà progettuali.

Snaidero sarà presente anche al Fuori Salone di Milano il 14 aprile con un proprio showroom in via Edmondo De Amicis 12, dalle 20.

POTOCCO SPA

Potocco, anch’essa azienda a conduzione famigliare, nasce da una piccola bottega artigiana, fondata nel 1919 da Domenica Potocco a Manzano (UD). Il prodotto principale è la sedia, realizzata, col passare del tempo, non solo a livello artigianale ma anche a livello industriale, per soddisfare le richieste del mercato internazionale. Oltre alla sedia, Potocco realizza anche tavoli e prodotti per l’indoor e l’outdoor, volti non solo al mercato residenziale ma anche al contract.

La filosofia dell’azienda Potocco si distingue per l’attenzione al design e alla selezione variegata dei materiali. Non c’è infatti solo il legno (rovere, frassino, faggio, noce e palissandro), ma pure i metalli, le resine, i tessuti e il cordino intrecciato (grezzo, sintetico onautico).

L’azienda si compone di 90 dipendenti e realizza ogni giorno circa 150 articoli, prodotti tutti nello stabilimento di Manzano. Potocco ha 40 linee di prodotto, che si sviluppano in 320 modelli diversi. Inoltre, vanta la collaborazione con importnati designer internazionali, tra cui Alexander Lorenz, Gianluigi Landoni, Bernhardt & Vella, Mauro Lipparini, Marco Piva, Hannes Wettstein, Alessandro Busana, Davide Gallo e Lemongrass.

POTOCCO AL SALONE

Potocco presenzierà al Salone al padiglione 7, stand L19-M20 e al Fuori Salone con il suo Flower Pot, un originale allestimento a cura di Marco Viola Studio. L’esposizione mostrerà quinte in tessuto dalle molteplici textures con motivi floreali, per un design rivolto agli interni, giardini e terrazze.

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Inizia il Salone del Mobile

Il Salone del Mobile sta per iniziare. Dal 12 al 17 aprile più di 300mila operatori del settore, provenienti da 160 paesi, daranno vita alla 55esima edizione che si terrà alla Fiera Rho di Milano. I temi più trattati saranno le novità del design e dell’abitare contemporaneo.

CHE COS’È IL SALONE DEL MOBILE

Il Salone del Mobile è una grande manifestazione che si tiene ogni anno a Milano in aprile. È probabilmente il più importante evento internazionale per gli operatori del settore casa-arredo e nacque nel 1961 per volere di un gruppo di imprenditori italiani. All’epoca era da poco finito il secondo dopoguerra, ma la voglia di ricostruzione rimaneva alta.

Tuttavia, se da una parte si costruiva, dall’altra si dovevano riempire queste costruzioni e quindi far incontrare la domanda con l’offerta di nuovi complementi d’arredo. Su ispirazione della neo costituita fiera di Colonia in Germania, alcuni imprenditori italiani decisero di realizzare un evento che secondo il loro punto di vista avrebbe avuto successo anche in Italia e nel 1961 il Salone inaugurò la sua prima edizione.

LE NOVITÀ DI QUEST’ANNO

Il Salone del Mobile 2016 avrà più di mille eventi, oltre 2310 espositori distribuiti su una superficie di 207.000 mq e 8 quartieri cittadini dedicati al design: Brera, 5 Vie, San Ba bila, Statale, Porta Venezia-San Gregorio, Tortona, Ventura Lambrate, Sant’ Ambrogio. Il 30% delle aziende partecipanti è estero.

Sono state riconfermate le biennali EuroCucina, con l’evento collaterale FTK (Technology For the Kitchen) e il Salone Internazionale del Bagno. Ci sarà poi una collaborazione con Triennale, che il 2 aprile ha inaugurato la sua mostra Stanze, dove vengono esposte undici interpretazioni del futuro dell’abitare.

Una delle novità del Salone è il nuovo settore xLux, dedicato ai brand del lusso. Il magazine Vanity Fair ha invece selezionato 79 progetti degni di nota. Infine, c’è la conferma del SaloneSatellite, dedicato ai talenti emergenti e alle scuole internazionali di design. Il tema affrontato quest’anno sarà Nuovi materiali, nuovo design.

Sul concetto di essere nuovi, Marva Griffin, da 19 anni curatrice del SaloneSatellite, si è espressa così in un’intervista rilasciata a Rivista Studio:

Significa seguire sempre la direzione in cui va il mondo. Oggi abbiamo in mano strumenti che sono telefoni ma anche computer, macchine fotografiche, televisori. Però questo scenario non deve fagocitare la creatività. Il designer deve avere la consapevolezza del progresso tecnologico, ma si definisce sempre per quello che fa, non perché il contesto che ha attorno è più vecchio o più nuovo.

IL VIDEO PROMO DEL SALONE

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Italia, la grande bellezza sprecata

Sul Corriere della Sera, il giornalista e scrittore Gian Antonio Stella ha analizzato la situazione del turismo in Italia, una delle mete più ambite dai visitatori stranieri, ma allo stesso tempo non all’altezza delle richieste. Stella, riferendosi a una ricerca del World Travel and Tourism Council, evidenzia una grande contraddizione, cioè che l’Italia ha il record mondiale di siti Unesco, di musei e di paesaggi, ma non sa sfruttarli adeguatamente, risultando così ottava nella classifica delle industrie turistiche mondiali.

Le ultime tabelle di Wttc sono impietose. E dicono che l’anno scorso, rispetto
al 2014, siamo scesi di un altro gradino. Eravamo settimi al mondo per contributo del turismo puro al Pil: siamo all’ottavo. Irraggiungibili gli Stati Uniti (488 miliardi) e la Cina (224), fatichiamo con 76,3 dietro Germania (130), Giappone (106), Regno Unito (103), Francia (89) e Messico (80). Sul comparto allargato all’indotto, ci lasciamo dietro il Messico ma ci supera la Spagna. E ottavi restiamo.

Certo, rispetto al 1970 quando per numero di visitatori eravamo i primi, è cambiato il mondo. Nel 2000, spiega uno studio di Knoema.com, incassavamo da viaggi e turismo 28 miliardi e mezzo di dollari (moneta di oggi) contro i 25 della Germania, i 17 della Cina o i 3,2 di Macao. Nel 2013 noi stavamo a 46, la Germania a 55, la Cina a 56 e Macao a 52. Nonostante fossimo ancora quinti per numero di arrivi. Nettamente davanti (oltre che ai turchi) agli amici tedeschi.

Stella oltretutto dice che il turismo in generale è in crescita, ma in Italia si vive una controtendenza, per mancanza di investimenti e di iniziative politiche.

Ed è qui che da noi non tornano i conti. Tanto più che le difficoltà geopolitiche di altri concorrenti dovrebbero sulla carta favorire noi. Stando al dossier Wttc ci sono oggi in Italia 1.119.000 occupati nel turismo diretto (dieci volte più che nella chimica) e compreso l’indotto (per capirci: compresi i laboratori che fanno i gilè per i camerieri o i mobilifici dei tavoli da trattoria…) 2.609.000. A dispetto dei sindacati, che non ne parlano quasi mai, uno ogni dieci occupati. Eppure sono pochi, rispetto ad altri Paesi meno «turistici» di noi. Può darsi che altrove contino in maniera diversa gli stagionali.

Ma vi pare possibile che la Gran Bretagna abbia 672 mila occupati più di noi nel turismo diretto? O che la Germania, per quanto sia ricca non solo di industrie ma di bellezze artistiche e paesaggistiche (dai musei alla valle del Reno) abbia tre milioni e 10 mila addetti al turismo diretto cioè quasi il triplo di noi? Non ci sarà qualcosa di sbagliato nella gestione dell’enorme pepita d’oro che potrebbe essere il nostro turismo?

 

Alle domande del giornalista probabilmente dovranno rispondere le autorità e i massimi responsabili del turismo italiano. Ma se invece operate nel settore turistico e siete curiosi di come il turismo italiano possa ripartire, vi suggeriamo di partire da questo concetto, espresso in questo articolo: “Il turista è il primo innovatore”.

 

 

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Gli appunti di Luca De Biase sull’Industria 4.0

Luca De Biase, giornalista, scrittore e insegnante, ha stilato alcuni appunti su come l’Italia si debba attrezzare per entrare col piede giusto nell’Industria 4.0. Di cosa si tratta è presto detto: il mondo industriale si sta evolvendo come tutto il panorama globale e le nuove tecnologie ne sono protagoniste. Nel suo articolo, De Biase fa riferimento ad “automazione, big data, connettività, energia verde e commercio digitale”.

Si tratta, secondo il giornalista, di acceleratori del sistema manifatturiero dai quali non si può più prescindere.

Consentono di pensare produzioni in volumi ridotti e con grande valore aggiunto, con monitoraggio della qualità e tracciamento delle componenti, in relazione a una sorta di piattaforma logica che abbatte i costi di transazione, informazione, commercializzazione e coordinamento produttivo, generando opportunità costanti per miglioramenti qualitativi nei prodotti.

De Biase sostiene che questo nuovo scenario vada però interpretato a seconda del contesto in cui ci si trova e l’Italia, in quanto mondo industriale, debba trovare la sua strada precisa.

Gli americani la vedono dal punto di vista del capitale finanziario. I tedeschi la vedono prevalentemente dal punto di vista delle loro grandi organizzazioni produttive. Gli italiani devono trovare la loro chiave per interpretarla.

Trovare una via italiana significa però essere consapevoli di un contesto internazionale che ha i suoi ritmi e che come tali vanno seguiti e affrontati. Secondo De Biase gli italiani sono privi di capitale finanziario, ma posseggono un grande valore umano e tendono a finanziarsi con il fatturato. È proprio questo che permette all’industria italiana di sopravvivere, laddove il cliente diventa fondamentale.

Non si può competere se non si è connessi, se non si parla il linguaggio del commercio internazionale e non ci si adegua al suo ritmo; (…) non si fa valore aggiunto se non si coltiva una propria unicità.

Ma quali sono i primi passi da fare? De Biase sostiene la necessità di sviluppare la formazione, la connettività a banda ultra larga, la cultura tecnica delle aziende per far emergere nuove professionalità, ma allo stesso tempo rigenerare la cultura umanistica, interpretando nel modo migliore il nuovo paradigma.

In un articolo di inizio anno avevamo stilato alcuni suggerimenti che andavano proprio in questa direzione. Questo perché lo scenario economico mondiale è completamente cambiato dalla crisi del 2008. Il margine operativo lordo dell’industria italiana è infatti precipitato dal 33,2% del valore aggiunto del 2000 al 18,8% dopo la recessione, mentre i paesi emergenti sono sempre più competitivi.

Negli ultimi anni c’è poi stato un aumento di traffici internazionali di beni intermedi e tutto ciò ha modificato le traiettorie di sviluppo attraverso due fenomeni: le catene di fornitura internazionali e il rimescolamento delle produzioni tra paesi. La delocalizzazione non è quindi più sufficiente. Servono nuove vie, composte da riorganizzazione, innovazione e valore aggiunto, ma questo, come dice De Biase, potrà attuarsi solo se si innescheranno meccanismi di fiducia e collaborazione tra le aziende.

 

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